The Neon Demon: l’incubo della bellezza secondo Refn

Jesse (Elle Fanning) è una ragazza che approda a Los Angeles e viene assunta da Jan (Christina Hendricks), a capo di una prestigiosa azienda di moda (di cui non si conosce nulla) come sua musa personale. La novella Alice si addentra sempre più nel bizzarro “mondo delle meraviglie” rappresentato dall’industria della moda, dove fa la conoscenza della makeup artist Ruby (Jena Malone), “sua unica amica”, e di due altrettanto ambigue figure, le modelle Gigi (Bella Heathcote) e Sarah (Abbey Lee), accomunate dal violento desiderio di somigliare a lei.

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ATTENZIONE: L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER.

Accennata la trama, occorre svelare che quello del mondo haute couture costituisce solo il primo piano di elaborazione discorsiva: nelle dinamiche e negli intrecci tipicamente favolistico-fiabeschi, Refn trova il pretesto perfetto per narrare una storia ambientata nell’archetipico castello abitato da mostri feroci (letteralmente) e belve di plastica assetate di sangue, ma dilata le maglie della rappresentazione per introdurvi altri sottotesti incassati l’uno nell’altro. È già nella dimensione puramente tramica che, tuttavia, troviamo alcuni elementi destabilizzanti: Jesse è un individuo indefinibile, privo di un passato e privato di due genitori – e instilla, tanto nello spettatore quanto nella sua interlocutrice Ruby, più di un dubbio quando confessa che sono morti, risposta che è solo frutto di una riflessione durata qualche secondo più del richiesto – ambiguamente celestiale, sconnessa dalla realtà nel momento in cui le tre modelle, conversando con lei, s’interessano alla sua vita privata e sentimentale. Abbandonando la natura della protagonista, il secondo elemento riguarda l’ambientazione, delineata da una Los Angeles desolata e avvolta in un’anomala patina surreale capace di investire i personaggi delle luci di un photoshoot (una nota di merito all’eccelsa fotografa Natasha Braier), che si trasforma in un set fotografico di alta moda in cui nemmeno la skyline della città lampeggiante, contemplata al crepuscolo dall’equilibrista Jesse, riesce a convincere che sia effettivamente viva e abitata. Anche l’ambiente esterno che racchiude gli edifici e i luoghi interni dell’agenzia di moda sembra, dunque, esclusivo, artefatto e inospitale.

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Spingendoci più a fondo nel tessuto filmico, il livello immediatamente soggiacente riguarda più da vicino tutte le tematiche potenzialmente connesse al mondo della moda e, inevitabilmente, al tema portante: l’ossessione della bellezza. I corpi delle modelle, rigidi e gelidi, sono posti in opposizione a quello lucente di Jesse, unica figura umana che sembra pulsare vita (“ha una certa luce”, “tu sei come il sole in una giornata d’inverno”). Ma le mannequins, pezzi di plastica, necessitano della carne fresca per poter sopravvivere. Nel mondo? Nell’unico mondo che conta, narrativamente e psicologicamente, ovvero quello della moda, dove Jesse è adorata come un sole che dona linfa vitale a chi è esanime. È comunque improprio parlare di un conflitto che deflagra dall’impossibilità di sintetizzare due poli opposti – personificati da Jesse e dalle streghe che ne bramano il sangue – poiché l’ostilità è attiva solo dal punto di vista delle tre colleghe che agognano “la bellissima pelle” di Jesse, e non da quest’ultima, che è solo oggetto passivo di un lancinante desiderio. Dopo aver subìto l’influsso del neon demon – punto chiave dell’intera opera è la seducente scena dell’estasi della modella dinanzi al logo minimalista in neon che rimanda, di continuo, solo e sempre la sua immagine – Jesse comincia a sviluppare una pericolosa personalità narcisistica che si nutre e si sazia inconsapevolmente dell’invidia delle sue colleghe, totalmente sommerse nell’abisso del proprio lavoro e irrimediabilmente abbagliate-ossessionate dal corpo palpitante di Jesse, il più vicino congiungimento al “divino”. Parlando di divino ci si riferisce al “dio” terreno della bellezza e dell’estetica, valori che s’innalzano al di sopra di tutto e di tutti formando un essere trascendentale e impalpabile: Jesse, unico essere che incarna quell’idea(le) irraggiungibile, rappresenta l’anello di congiunzione tra l’idea pura e i suoi imitatori-manichini.

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Osservando il percorso-viaggio globale di Jesse nell’industria della moda, l’assuefazione data dall’osservazione, fine a se stessa, di un corpo conduce chiunque entri in contatto con quest’entità – sospesa tra ultraterreno e umano – a liberare i più perversi impulsi e istinti naturali al fine di poter attenuare il proprio supplizio inghiottendo l’essenza di cui Jesse è composta. Se si considera che lo straniante spettacolo acrobatico cui la protagonista, nel night club, viene accompagnata abbia tutte le sembianze di un sabba, allora si comprende immediatamente come tutti gli atti cui viene sottoposta in seguito somiglino sempre più a tentativi di impossessamento del suo corpo tramite ogni mezzo possibile. Al percorso di auto-idolatria e divinizzazione del sé basata sulla mera immagine (“non ho alcun talento, ma sono carina…E posso guadagnarci, con questo”) di Jesse si unisce, parallelamente, la discesa progressiva delle colleghe nella voragine causata dall’incubo dell’idolatria e del feticismo, che sfocia nello sviluppo di vere patologie: tanto più Jesse, oggetto (letteralmente) di ambizione e brama, si addentra nell’apparato squilibrato del culto della bellezza, tanto più chiunque la incontri perpetua atti di violenza sul suo corpo per appropriarsene. In sogno (forse), Jesse viene “stuprata” da Hank mediante una lama che viene introdotta e spinta a fondo nella sua gola. Ancora, nello studio del fotografo viene costretta a denudarsi ed esporre la propria preziosa pelle, che viene cosparsa del fluido dorato di un altro “dio” (Jan sembra quasi descriverlo come tale utilizzando il termine “genio”, e la sua sacralità viene confermata dalla conversazione delle tre modelle durante il pranzo al diner): in questo frangente, la coercizione assume completamente l’aspetto di un atto sessuale assenziente e glorificante, a differenza dell’episodio in cui Ruby tenta di conquistare il suo corpo tramite imposizione fisica, poi trovando appagamento nella sostituzione del corpo di Jesse con quello di un defunto, quindi nella necrofilia. L’ossessione carnale, però, si confonde col desiderio della carne, e ne abbiamo prova quando Sarah subisce un’irresistibile attrazione per un sangue (quello che sgorga dalla mano di Jesse) di cui sembra essere sprovvista. Pertanto, la contrapposizione fra la fame delle modelle-veneratrici, che le rende subordinate e sottomesse, e l’altare su cui si erge Jesse converge in un punto in cui si altera profondamente: quando Jesse si eleva su un trampolino che si sporge sul nulla (simboleggiato da una piscina vuota, immagine profondamente emblematica), viene poi spinta giù e annullata attraverso l’assimilazione effettiva – in quello che risulta essere l’episodio più sfrontatamente demoniaco della vicenda – del suo corpo.

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“Ti ho già visto?” è quel che domanda Jack a Sarah. In quel momento, la modella riesce finalmente ad entrare nell’olimpo del fotografo sostituendo la nuova collega, che viene licenziata, nell’imminente photoshoot. Il processo di assimilazione ha funzionato: Jesse è stata totalmente assorbita e viene riconosciuta nel nuovo corpo della modella. L’asfissiante ricerca di un ideale inottenibile viene suggellata con un imprevedibile happy ending, in cui ogni azione rivela il proprio senso solo alla fine di un percorso estremo che, tramite il sangue, garantisce la ricompensa sperata. A questo punto, si ricordi la storia che Jesse aveva narrato al fotografo Dean: “pensavo che la luna fosse come un grande occhio che mi guardava”. Refn ha avviato un inquietante gioco di doppi e di ripetizioni, rievocando il racconto di Jesse nell’immagine di Ruby che ne espelle i liquidi sanguigni ricevendo il pallore della luna sulla propria pelle, e nell’immagine di Gigi che ne rigetta l’occhio integro, poco prima di togliersi la vita. In questo modo, tuttavia, il regista potrebbe anche aver orientato lo sguardo dello spettatore verso un’ipotesi più agghiacciante, secondo cui The Neon Demon sarebbe solo la parentesi di un evento già accaduto e destinato a ripetersi ciclicamente. A conti fatti, tutto ha inizio quando Jesse, con la gola tagliata e giacente rigida su un divanetto, si rialza e si pulisce del suo sangue, e si avvia verso il suo futuro…

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